GALILEO NICOLINI
UN SANTO ADOLESCENTE
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non è un ragazzo ma un uomo”, dicevano meravigliati gli operai mentre ricevevano la paga. Ormai lo conoscevano bene: esatto, spigliato, diligente. Qualcuno aveva cercato anche di ingannarlo. Ma invece di qualche soldo in più aveva rimediato vergogna e confusione. Il ragazzo in questione, Galileo Nicolini, aveva solo 9 anni.
Papà Luigi appaltatore di lavori stradali e impresario edile, e mamma Loreta Lucciola ne erano giustamente orgogliosi; nei momenti difficili chiedevano il suo parere. Lo impegnavano come contabile, segretario, consigliere nella gestione dell’azienda che contava 50 operai. “Mi avete tolto un tesoro”, dirà Luigi ai Passionisti quando il figlio entrerà in convento. Era cresciuto in fretta, Galileo. Vita brevissima la sua. Quando muore, non ancora quindicenne, tutti diranno: "E' morto un santo".
Con tanti adulti stravince un bambino
Gli aggettivi per lui si sprecano e non sono davvero pleonastici. Coraggioso ed intraprendente, autoritario e volitivo, intelligente ed assennato. Certi episodi che lo riguardano sarebbero incredibili se non ci fossero testimonianze giurate. Qualcuno tra i tanti. A casa Nicolini c'è un pranzo. Un signore parla e sparla di chiesa e di religione sdottoreggiando con l'aria di chi la sa lunga.
Galileo freme perché nessuno osa intervenire. Allora lui, bambino di 8 anni, sale su una sedia e mentre tutti lo guardano col fiato sospeso, gela l’impudente ospite: "Lei è un maleducato perché fa certi discorsi in casa nostra conoscendo i nostri principi". Un giorno sente tessere l'elogio dell'anarchia da un comiziante da strapazzo.
"Taci, ignorante; l'anarchia è ingiustizia", interviene Galileo. E poi per i più curiosi c’è un supplemento di istruzione sulla giustizia sociale e la carità cristiana. A 11 anni coraggiosamente rimprovera due maestri che il giorno successivo lo avrebbero esaminato. In sua presenza hanno osato parlare in modo non esemplare.
Papà Luigi offre un pranzo. Si è in campagna nella pineta Nicolini. Un ingegnere, tra gli invitati, si permette di condire il discorso con frasi spiritose ironizzando sul fatto che Galileo è andato a scuola da un religioso. Il ragazzo lo riduce al silenzio con argomenti lucidi e precisi dimostrando che i religiosi ed i loro discepoli possono insegnare anche agli ingegneri. “Benché piccino, dirà il suo maestro, sosteneva dei dibattimenti con persone anche adulte che osavano attaccare le massime cristiane, e lo faceva in modo così disinvolto ed energico che la parte avversaria rimaneva stupita”.
Galileo inizia lo studio a quattro anni; a cinque già funge da segretario al papà
ed è in grado di scrivere lettere sotto dettatura. Per lui si fa una eccezione e lo si ammette alle scuole comunali ad otto anni invece dei dieci richiesti. E' il più piccolo, ma anche il più bravo. In due anni supera quattro classi (quarta e quinta elementare; prima e seconda media). Frequenta la scuola pubblica ed anche quella privata retta dal conventuale padre Pacifico Paolozzi. Per gli esami di terza è mandato al regio ginnasio di Viterbo.
All’arrivo è oggetto di frizzi e beffe accompagnate da profezie di un fiasco solenne agli esami. Ed invece meraviglia tutti per l’eccellente preparazione. Così in terza si trova solo ed ha un maestro tutto per sé. A Capranica (Viterbo) dove è nato il 17 giugno 1882 hanno ragione di dire: “Il figlio di Luigi e di Loreta sembra un avvocato”.
Cresce anche nella bontà. Finissima la sua sensibilità spirituale: stare in chiesa
anche per intere ore non gli costa. Si effonde in lunghi colloqui con il Signore incurante dei sorrisi ironici di alcuni compagni. Ricorderà un testimone: “La mattina quando si alzava andava alla chiesa della Madonna del Piano a fare le devozioni”. Alle 6,30 lo si trova “in ginocchio col suo libriccino con un raccoglimento speciale”.
Nell’ottavario dei morti, all’età di 8 anni, molto prima dell’alba è già in chiesa a cantare l’ufficio con i grandi. Affronta disagi e sacrifici per essere presente alle funzioni sacre.
Comincia a confessarsi a sei anni; a 9 ha il suo confessore e direttore nel dotto
francescano padre Bonaventura Ahern che resta sempre più meravigliato dei suoi progressi nella virtù. Assetato di conoscere Dio, Galileo legge libri spirituali e pone domande sorprendenti e profonde. Un aiuto straordinario gli è offerto dalla cugina Amabile di 10 anni più grande di lui e che dal 1885 abita nella sua stessa casa. La pia giovane ne prende una cura particolare e lo guida con amorevole affetto. Mamma Loreta dirà: “Nella educazione religiosa fece più da madre a Galileo Amabile che io stessa”.
La famiglia Nicolini è benefattrice dei Passionisti e li ospita spesso in casa. Nel
febbraio del 1894 i religiosi predicano una missione a Capranica. Il successivo 26 agosto, presente anche Amabile, Galileo riceve la prima comunione nella loro chiesa di Vetralla. Per prepararsi al grande appuntamento ha trascorso dieci giorni di ritiro con i religiosi. Ha partecipato alla loro preghiera ed alla vita della comunità edificando tutti.
Il religioso che lo ha seguito, ricorderà: “Stare con lui era lo stesso che stare con un angelo”. Galileo torna a casa, ma ha visto che la sua vera famiglia sarà quella dei Passionisti. Ora più che mai è impegnato ad essere buono. Ogni giorno dedica del tempo alla meditazione della passione di Gesù. Ed i frutti sono evidenti. Dirà il suo direttore spirituale in una testimonianza giurata: “Era così ben regolato in tutto che se avessi voluto correggerlo, non avrei potuto trovare nulla da correggere, mi pareva un angelo incarnato. Non camminava per le vie ordinarie dello spirito”.
Il Signore gli parla trovando un cuore docile ed aperto. Il futuro è chiaro. “Gesù
nella prima comunione, dirà Galileo, mi ha fatto conoscere che io debbo farmi religioso passionista”. Essere sacerdote passionista diventa il suo anelito, la sua unica aspirazione. Per fugare ogni dubbio il confessore gli consiglia una novena allo Spirito Santo che Galileo vive nella preghiera, nella penitenza e nel digiuno.
Risultato: il ragazzo è sempre più certo della chiamata di Dio. Ne parla ai genitori: la mamma resta sorpresa; il papà e lo zio Vincenzo si mostrano nettamente contrari. Il padre, sia pure a malincuore, lo deve accompagnare in convento pregando in cuor suo che non lo accettino. E succede così. E’ troppo piccolo; la statura poi, il viso ancora bambino lo fanno apparire più piccolo degli anni che ha. Inoltre le norme non permettono di accogliere ragazzi prima dei tredici anni. Tutti sono contro di lui: il papà si è chiuso in un risentito silenzio, la mamma è ancora smarrita. Lo vogliono e lo sognano ingegnere e dirigente della ditta.
Galileo, appena dodicenne, soffre e prega o si sfoga piangendo deciso però a seguire la sua strada. Per il dispiacere perde l'appetito e deperisce a vista d'occhio. Ogni tanto torna a confidare amarezze e desideri al sacerdote passionista che gli ha dato la prima comunione. Sono circa 10 km di strada che percorre a piedi o noleggiando un somarello.
Nel gennaio del 1895 muore a soli 23 anni l’amatissima cugina Amabile, stroncata da quel male che di lì a due anni porterà via anche lui. Ora il ragazzo si raccomanda anche a lei e su suggerimento dei Passionisti inizia una novena alla Madonna. Alla fine la situazione si sblocca. Il papà un giorno lo abbraccia e gli dice: “Se proprio ti senti chiamato per quella via oggi stesso finisce ogni difficoltà, ed io stesso mi adopererò per le pratiche necessarie”. Ed è un pianto generale: lui per la gioia di partire, gli altri per il dispiacere dell’imminente partenza.
“Non piangete per me! Vado in Paradiso”
Il 5 marzo 1895 arriva al seminario di Rocca di Papa (Roma), dove altri ragazzi
come lui si preparano alla vita passionista. Inutile dire che gli sembra di toccare il cielo con un dito. Anzi si sente già in cielo. Scrive: "Non cesso di ringraziare il misericordiosissimo Iddio il quale si è degnato di rivolgere sopra di me i suoi sguardi benigni... Noi siamo qui in un piccolo paradiso terrestre”. Anche in salute sta bene e annunzia: “Io sono venuto più alto... sono cresciuto 10 chili”. In seminario è il ragazzo di sempre: uno dei migliori a scuola, caritatevole con tutti, buono come un angelo. “Non notai difetto alcuno in lui, nonostante che io avessi avuto l’incarico di scrutare bene la sua condotta”, dirà un religioso.
Il comportamento è tale “da sembrare un uomo maturo” e “incutere rispetto e
venerazione”. “Correzioni ne ebbe, dirà un altro, ma soltanto per farlo esercitare nella virtù”. Prende come modello san Gabriele dell'Addolorata. “Egli si è fatto santo giovane giovane e così voglio farmi santo pure io”, propone. Trascorre tredici mesi a Rocca di Papa e poi si trasferisce presso Lucca per per iniziare il noviziato. Comunica subito ai genitori: “Eccomi finalmente appagato! Da lungo tempo desideravo di essere inviato al noviziato... e già vi sono con grandissimo mio contento. Non ho parole per esprimervi i sentimenti del mio cuore in questi giorni felicissimi in cui do principio a quella vita alla quale da lungo tempo aspiravo ardentemente”.
Veste l'abito passionista il 9 maggio 1896 e prende il nome di Gabriele (ma per
non confonderlo con Gabriele dell’Addolorata, lo si chiamerà sempre Galileo). Il suo maestro di noviziato, padre Nazareno Santolini, resta incantato. "Non appena lo conobbi, dirà, ravvisai in lui una perla preziosa affidatami da Dio e mi stimai fortunato di averlo nel numero dei miei allievi". Ammira in lui "una grande maturità di senno e sodezza di spirito: di fanciullo conservava solo l'ingenuità e la semplicità".
Non mancano tentazioni e prove: l’obbedienza incondizionata al maestro gli restituisce la serenità. Ha scritto: “Per avere la pace del cuore e gustare il paradiso in terra bisogna vivere in continuo esercizio di ubbidienza, rinnegando la propria volontà per conformarla a quella di Dio”. Il maestro affermerà: “Che io sappia non commise mai nemmeno un peccato veniale deliberato”. Viene portato come modello non solo ai novizi ma anche ai religiosi professi ed avanti negli anni.
Cosa sarà di questo adolescente così buono, così bravo? Improvvisamente un mattino sogni e speranze sono recisi di colpo. E’ l’alba del 27 febbraio 1897 giorno anniversario della morte di san Gabriele dell'Addolorata. Alzandosi per la preghiera Galileo avverte i giramenti di testa e sente del sangue salirgli alla bocca. L’etisia galoppante lo ha già afferrato.
Vivrà ancora poco più due mesi; saranno giorni di calvario e di dolori atroci vissuti con fortezza. Altro che ragazzo di 14 anni. Davanti a lui anche i più anziani sono presi da ammirazione e stupore. Il superiore generale, il beato Bernardo Silvestrelli, conosce Galileo; informato della sua malattia scrive preoccupato al maestro suggerendo di valutare l'opportunità di farlo tornare a casa per un breve periodo sperando che l'aria natia faccia il miracolo.
"Per carità, dice Galileo quando gliene parlano, non mi fate questi discorsi; mi sono sacrificato a Dio e voglio che il sacrificio sia completo; vivo o morto voglio essere tutto suo". Accetta però volentieri di trasferirsi sul Monte Argentario, nella prima casa della congregazione santificata dalla presenza del fondatore san Paolo della Croce. Un viaggio doloroso: incapace ormai di reggersi in piedi è portato amorevolmente a braccia o seduto su una sedia.
Tutti pregano per la sua guarigione a cominciare dai superiori che ordinano una
novena alla Madonna; anche a lui dicono di pregare e di scrivere alla Madonna per chiedere la grazia. Galileo scrive semplicemente: "Mamma mia io sono malato; né altri può guarirmi se non voi. Guaritemi dunque se è per la maggior gloria di Dio e per il bene dell'anima mia". I confratelli si alternano attorno al suo letto, diventato un altare: il più giovane figlio della congregazione sta morendo santamente offrendo a tutti esempio non solo di rassegnazione, ma anche di gioia.
“Andiamo a scuola”, dice un religioso quando si reca dal malato. Lo sentono pregare: “Signore accrescete i miei dolori, ma accrescete anche la grazia... Sia fatta la volontà di Dio. Ave Maria, Ave Maria”. “Sto componendo dei versi” risponde un giorno a chi gli chiede cosa stia pensando. Quali versi? E Galileo scandisce con voce flebile ma chiara: “Il patire per amore non è dolore - ché se il patir si sente - amabile lo rende il puro amore”. Patire per amore: è qui il segreto. La mamma corre ad abbracciarlo per l'ultima volta. Galileo le domanda se il papà e lo zio hanno fatto pasqua e poi le affida un messaggio per i famigliari: “Non piangete perché vado a vedere la mamma del cielo, vado in paradiso”. L'infermiere spesso deve uscire per dare libero sfogo al suo pianto.
Pur non avendo l'età richiesta, con una facoltà concessa dal superiore generale, Galileo emette la professione religiosa: è finalmente passionista. Chiama subito affettuosamente il fondatore “babbone mio”. Prima di ricevere l'eucaristia per l'ultima volta chiede di essere lasciato solo: si inabissa nella meditazione. Insieme a Gesù è pronto al grande passo. “E' bello morire così”, dice al sacerdote che lo assiste: vuole che chiudano le imposte e che accendano le candele sull'altarino vicino al suo letto. “E' un giorno di festa, vado in paradiso”, spiega. “I santi, i santi”, esclama mentre chiede di fare largo.
Galileo protende le braccia, stringe nella mano destra l'immagine della Madonna e sorride beato. Sono le ore tre del 13 maggio 1897. I presenti quando si riprendono dallo stupore si accorgono che Galileo è già andato in paradiso. Il volto è quello di sempre: sereno e sorridente. Intanto un sorprendente profumo di gigli riempie la cameretta. Un problema i funerali. Un problema tenere lontana tanta gente. E' morto di tisi, ma tutti lo vogliono baciare. “E’ un santo, dicono, e il contatto con i santi farà soltanto bene”.
Giovanni Paolo II lo dichiara venerabile il 27 novembre 1981. Venerabile, cioè eroico, un adolescente. Galileo è vissuto 14 anni, 10 mesi, 26 giorni: lo spazio di un mattino. Ma ha tutte le carte in regola per salire sugli altari.
Brano tratto dal Libro: Pierluigi Di Eugenio;
SOTTO LA CROCE appassionatamente, LA SANTITA’ NELLA
FAMIGLIA PASSIONISTA; Editoriale Eco - S. Gabriele (TE), 1997