SAN PAOLO DELLA CROCE
il mistico del calvario
Nascita:
03 gennaio 1694
Professione religiosa:
11 giugno 1741
Morte:
18 ottobre 1775
Venerabile:
18 febbraio 1821
Beato:
01 maggio 1853
Santo:
29 giugno 1867
“Fu di presenza grave e
maestosa. Amabile. Alto di statura. Di volto sereno e naturalmente modesto. Di occhio vivo e sereno. Di fronte elevata e spaziosa. Di
voce chiara sonora e penetrante. Di maniere piene di affabilità
e rispetto. Il suo temperamento era sanguigno ed assai sensitivo”. E’ il
ritratto di Paolo Danei lasciatoci dal suo primo biografo Vincenzo Maria
Strambi. La liturgia poi lo tratteggia con queste pennellate: “Uomo di Dio,
sotto il vessillo della croce raccolse soldati di Cristo; insegnò loro a vivere
uniti con Dio, a lottare contro il male, a predicare al mondo Gesù crocifisso. Cacciatore delle anime, araldo del Vangelo,
lucerna luminosa! Dalle piaghe di Cristo apprese la sapienza, dal suo sangue
trasse vigore, con la sua Passione convertì i popoli”.
Sacerdote e fondatore
Paolo Danei nasce ad Ovada
(Alessandria), secondo di sedici figli, all’alba del
3
gennaio 1694 da Luca e Annamaria Massari. Alla sua nascita una
luce misteriosa invade la stanza, sicuro presagio di qualcosa di grande e di
bello. Ancora bambino apprende dalla mamma l’amore verso il Crocifisso
che caratterizzerà tutta la sua vita.
“Volesse
Iddio, dirà, che avessi la santità di mia madre. Se mi
salvo, se ho fatto un po’ di bene lo devo ai suoi insegnamenti”. Per i torbidi
politici del tempo la famiglia Danei ha subito gravi
dissesti economici ed ora è costretta a frequenti trasferimenti. Paolo nella
giovinezza aiuta il padre impegnato nel commercio di tessuti, cordame ed
affini.
Sui vent’anni avviene quella
che lui chiama “conversione”: resta come folgorato da “un discorso familiare”
di un sacerdote. Fa la confessione generale e decide di impegnarsi al completo
servizio di Dio anche se ancora non sa come. Ma per
ora non può realizzare il progetto: deve infatti
assistere i famigliari che vivono in condizioni economiche sempre più
preoccupanti. Nel 1715 vuole arruolarsi volontario nella crociata contro
l’islam, ma una voce interiore gli fa capire che non è quella la strada: non le
armi, ma l’amore ha salvato e salverà il mondo. Si
sente intanto ispirato a vestire “una povera tonaca nera, ad andare scalzo,
vivere con altissima povertà; fare vita penitente... a radunar compagni per
restare uniti e promuovere nelle anime il santo timor
di Dio”. Ci sono già i germi di una nuova congregazione. Lo zio prete, don Giancristoforo,
lo nomina erede di tutti i suoi beni, purché si sposi. Ma
Paolo si sente bruciare da un amore più alto e accetta solo il breviario.
Nel 1720 una visione lo
orienta più chiaramente. Rapito in spirito si vede “vestito di nero sino a
terra”. La Madonna più volte gli indica la strada e gli mostra anche l’abito
della nuova congregazione che avrà nella passione di Gesù la ragione del suo
esistere. Il 22 novembre dello stesso anno monsignor Francesco Arborio
Gattinara vescovo di Alessandria lo riveste di una
tunica nera da eremita. Paolo si ritira in una stanzetta attigua alla chiesa di
San Carlo a Castellazzo Bormida (Alessandria). Vi resta chiuso dal 23 novembre 1720 al primo gennaio 1721. Di questi
quaranta giorni rimane il diario spirituale, scritto per ordine del vescovo. E’
una testimonianza preziosa della sua straordinaria esperienza interiore. Nel
suo spirito si alternano slanci mistici e fortissime aridità. Lo assale il
desiderio di vedere salvi tutti gli uomini e si dichiara disposto ad essere
“scarnificato per un’anima”. Dal 2 al 7 dicembre scrive “come infusa nello
spirito” anche la regola del nuovo istituto che per ora chiama
“I poveri di Gesù”. Dal vescovo è nominato custode del romitorio di Santo
Stefano a Castellazzo e ottiene il permesso di predicare. Alle prediche di
Paolo è un accorrere sempre più numeroso con frutti spirituali che fanno
gridare al miracolo.
L’agosto successivo parte
per Roma con la speranza di essere ricevuto dal
papa
cui intende chiedere l’approvazione del nuovo istituto. Da
una guardia viene respinto come uno dei tanti
avventurieri. Paolo, amareggiato, si reca a pregare nella chiesa di Santa Maria
Maggiore dove rinnova l’impegno di fondare la congregazione ed emette il voto
di dedicarsi a risvegliare nel cuore dei fedeli la “memoria della passione di
Gesù”.
Tornando a casa si ferma
brevemente sul Monte Argentario (Grosseto): vi tornerà presto con il fratello
Giovanni Battista vestito da eremita anche lui e fin dall’infanzia suo
inseparabile compagno di penitenza, di contemplazione e di ideali.
Il 21 maggio 1725 il papa Benedetto XIII gli concede a voce il permesso di
radunare compagni consacrati alla stessa missione.
Per oltre un anno si ferma a
Roma presso l’ospedale di San Gallicano; insieme al fratello
si dedica all’assistenza degli ammalati anche se l’istituto coltivato nel cuore
ha ben altre finalità. Con Giovanni Battista viene
ordinato sacerdote in San Pietro dal papa Benedetto XIII. Nel 1728 i due
fratelli tornano all’Argentario. Si fermano nel romitorio di Snt’Antonio
vivendo in povertà e penitenza, solitudine e preghiera: le caratteristiche
della congregazione che sta nascendo. Esercitano un intenso apostolato nella
Maremma toscana dove abbondano malaria e fame e dove vegetano preti senza vocazione.
Nel 1730 viene predicata la prima missione popolare a
Talamone di Orbetello (Grosseto). I frutti del loro servizio sacerdotale sono
tali che ai due fratelli arriva da Roma il titolo di
“missionario apostolico”. Sbocciano anche le prime vocazioni passioniste.
Il 14 settembre 1737 sul
monte Argentario inaugura la prima casa religiosa dedicata alla Presentazione
di Maria al tempio. L’ha disegnata lui con il suo bastoncello. Quando era
ancora a Castellazzo la Madonna gli aveva detto:
“Paolo, vieni all’Argentario dove sono sola”. Nel 1741, il 15 maggio, arriva
l’approvazione delle Regole da parte del papa Benedetto XIV che commenta stupito:
“Questa congregazione doveva nascere per prima ed invece arriva solo ora”. L’11 giugno 1741 insieme a cinque compagni emette la
professione religiosa: sulla tonaca nera indossata dai religiosi compare per la
prima volta il tipico stemma passionista. In questa circostanza Paolo aggiunge
al suo nome l’appellativo “della Croce”. Nel 1747 viene
celebrato il primo capitolo generale: il fondatore è eletto superiore
dell’istituto. Verrà confermato nell’incarico nei cinque capitoli successivi. Cioè fino alla morte. Sempre amato e venerato dai suoi
figli.
Nel 1752 può gioire: “Siamo centodieci, abbiamo otto ritiri, ma sono pieni e non si
possono ricevere tutti quelli che chiedono di entrare”. Prima di morire aprirà
13 case in condizioni sempre difficili ed a volte addirittura drammatiche. Nel 1769 il papa Clemente XIV che chiama Paolo “babbo mio”, approva
solennemente l’istituto. Paolo ormai vede la congregazione “ben fondata
e stabilita in perpetuo nella santa chiesa di Dio”. Ma
non è finita. Nel 1771 dopo 40 anni di fatiche può realizzare la fondazione delle
monache passioniste.
Nel 1773 apre a Roma quella
casa religiosa che sarà la sede centrale
della
congregazione. E’ ancora un
dono di Clemente XIV che i Passionisti, a cominciare dal loro fondatore, ricorderanno
sempre come protettore premuroso e benefattore incomparabile. Si tratta della
basilica e del convento dei Santi Giovanni e Paolo, a fianco del Colosseo.
Paolo vi si trasferisce con una numerosa comunità. Qui trascorre il resto della
sua vita ormai al tramonto. Vi muore “con faccia di paradiso”, il pomeriggio del
18 ottobre 1775 circondato dai suoi figli ai quali ha precedentemente
dettato il testamento spirituale: amare la chiesa, vivere nella preghiera,
nella solitudine e nella povertà; contemplare il Crocifisso; predicare a tutti
la passione di Gesù. Pio IX lo proclamerà santo nel
1857.
“Vorrei incenerirmi
d’amore”
Nel secolo dell’Illuminismo
e dei miscredenti, Paolo è uomo di Dio tra gli
uomini
della ragione. Discernendo con molta perspicacia i mali del
tempo, da lui chiamato “lacrimoso e calamitoso”, ne scopre e ne indica il
rimedio più efficace nella passione di Gesù. Si consuma per piantare la croce
di Cristo nel cuore dei fratelli. Per piantarvi cioè
l’amore di Dio, il solo capace di salvare l’uomo. La croce al
centro di tutto, come segno e sigillo dell’amore di Dio. “Nella Passione
c’è tutto”, dice con forza. E la sua vita gira solo
attorno a quel perno, segnata com’è dal mistero della croce. Un venerdì santo
il Crocifisso e l’Addolorata gli toccano il petto.
Paolo si ritrova scolpiti nel cuore gli strumenti della Passione, il distintivo
passionista, i dolori della Madonna. “Oh! Figlia mia che dolore, confiderà a
Rosa Calabresi, che dolore provavo, oh! che amore. Un misto di estremo
dolore e di eccessivo amore”. Un giorno il Crocifisso
stacca le braccia
dalla croce e si stringe Paolo al petto. Gli sembra “di stare
positivamente in paradiso”.
Tale è la veemenza del suo
amore verso Dio che per anni soffre di una “strana palpitazione cardiaca” e gli
abiti sono bruciati dalla parte del cuore. Con un ferro rovente si imprime sul petto il nome di Gesù. Spasima: “Vorrei incenerirmi d’amore... Non sarebbe meglio che come una
farfalletta mi slanciassi tutto nelle amorose fiamme, ed ivi in silenzio d’amore
restassi incenerito, sparito, perso in quel divin Tutto?... Le mie viscere sono
tanto inaridite che i fiumi non bastano a dissetarmi; se non bevo ai mari, non
mi levo la sete. Ma io voglio bere ai mari di fuoco
d’amore”. Ha ragione di sentirsi “liquefatto in Dio”. Vuole incendiare il mondo
intero d’amore. “Mi resti impressa nel cuore la passione del mio Gesù, che poi
tanto e tanto lo desidero, e vorrei imprimerla nel cuore di tutti, che così
brucerebbe il mondo di santo amore”. Vive immerso in
una continua contemplazione ed in estasi frequenti.
Percorre l’Italia dal
Piemonte alle Puglie per comunicare a tutti l’incontenibile
amore al Crocifisso che gli brucia dentro. Predica oltre 250
missioni (compresi corsi di esercizi spirituali a
clero e monache), accompagnate spesso da miracoli e sempre da immensi frutti
spirituali. Non sceglie di sua iniziativa pulpiti di prestigio
anche se vi è spesso chiamato. Preferisce la povera gente dimenticata ed
abbandonata da tutti.
Predicazione appassionata la
sua, accompagnata da flagellazioni e penitenze. Banditi e peccatori incalliti,
vescovi e cardinali si sciolgono in pianto quando lui
parla di Gesù crocifisso. “Fa liquefare i cuori quantunque siano di macigno”.
E’ dotato di “vivacità e perspicacia di mente singolari,
di raro talento ed apertura di mente, di grand’ingegno”. Ma attinge non tanto
al bagaglio culturale, del resto non indifferente,
quanto alla sua personale esperienza di Dio.
Scrive oltre cinquantamila
lettere. Peccato che solo una minima parte sia pervenuta fino
a noi. Spesso è con la penna in mano davanti a “mucchi di lettere così grossi
che spezzerebbero un travertino o un masso di bronzo”. Molte lettere riguardano
la direzione spirituale. Numerose le anime da lui dirette
rintracciabili non solo tra religiosi e religiose, ma anche tra i laici,
nobili, vescovi, prelati della curia romana. Inizia a dirigerle prima
ancora di essere ordinato sacerdote e vi dedicherà le sue energie migliori fino
alla morte. La predicazione lo mette in contatto con
anime che restano affascinate da lui, e che a lui si affidano per meglio
rispondere ai richiami della grazia. Anche se
esigente, infonde coraggio, fiducia e sicurezza. Insegna a morire a se stessi
per rinascere continuamente a vita nuova in Cristo crocifisso
e risorto.
Esorta a dimenticare se stessi e riposare nel seno del Padre, coltivando l’unione
con Lui. “Per essere santo, scrive, ci vuole una N e una T... la N sei tu che
sei un nulla; la T è Dio che è l’infinito tutto per essenza. Lascia dunque
sparire la N del tuo niente nell’infinito Tutto”.
Pur
avendo celebrato il matrimonio mistico nella sua giovinezza, vive una straziante
aridità per circa 50 anni.
Sperimenta prove durissime rare a trovarsi in altri mistici. Scrive nel diario:
“Desidero solo di essere crocifisso con Gesù”. Il suo
anelito si realizza perfettamente. E il mistico del Crocifisso,
diventa mistico crocifisso. Geme: “Cammino per vie spaventose. Il cielo per me
sembra sia diventato di bronzo e di fuoco la terra. Sono come un povero
naufragante che in notte buia attaccato ad una piccola tavoletta in mezzo alle
onde tempestose, aspetta di bere a momenti la morte”.
Si sente “un tronco secco
abbandonato nella foresta perché fradicio e inutile anche per il fuoco”. Vive
in nuda fede, nella “fede oscura”, sorretto da una incrollabile
speranza. Si abbandona totalmente alla volontà di Dio “come una barca senza
vela”. Raccomanda di cibarsi “alla grande” della divina volontà. Per assurdo
troverebbe il paradiso anche nell’inferno se questa fosse la volontà di Dio. “Mio
maggiore desiderio, scrive, è quello di consumarmi tutto in quella volontà”. Ha
visto bene chi lo ha definito il “principe dei desolati” e “il più grande mistico e scrittore spirituale del settecento”.
Vive una aspra
penitenza. Nella propria croce Paolo vede una partecipazione alla passione di
Gesù. Chiama le sofferenze “scherzi d’amore... finezze d’amore
d’un Dio amante... ricami del lavoro amoroso di Dio... preziose margherite e
gioie del cuore”. Ama e trova beata la solitudine. Ma
sa anche stare in compagnia. E’ sensibile e gentile, soave ed arguto. Lo
chiamano “mamma della misericordia”. E’ facile al pianto ed alla commozione sia davanti alla bellezza di un fiore che davanti alle
macerie lasciate dal peccato nel cuore dell’uomo.
Alla sua congregazione
“drappello radunato sotto la croce” Paolo affida la missione di risvegliare nel
cuore dell’uomo la “grata memoria” della passione di Gesù, “l’opera più
stupenda del divino amore... il miracolo dei miracoli
di Dio”. Ai suoi figli lascia il compito di camminare vicino ai crocifissi di ogni tempo e di ogni luogo condividendone
angosce e speranze. Quello che i Passionisti, presenti in oltre 50 nazioni,
vivono ogni giorno sull’esempio e con il dinamismo di Paolo loro
Padre e Fondatore.
E non solo i Passionisti. Il movimento suscitato da Paolo
si è via via allargato.
Alcuni istituti di vita consacrata, molti laici impegnati sono stati contagiati da lui. Si richiamano alla sua ricca spiritualità e lo amano con un tenero amore di figli.
Brano tratto dal
Libro: Pierluigi Di
Eugenio; SOTTO LA CROCE appassionatamente, LA SANTITA’ NELLA FAMIGLIA PASSIONISTA; Editoriale Eco
- S. Gabriele (TE), 1997