45º Capitolo Generale dei Passionisti

45º Capítulo General de los Pasionistas

45th General Chapter of the Passionists

 

 

 

 

 

 

SANT’ INNOCENZO CANOURA

P. Eulogio Cordero (SANG)    

Roma (9 ottobre 2006) 

 

"La morte dei martiri di Turòn stupisce per la serenità con la quale consegnarono le loro vite a testimonianza della loro fede",  Mons Gabino Díaz Merchán, Arcivescovo di Oviedo. 

            Gli otto fratelli delle Scuole Cristiane ed il P. Innocenzo Canoura che esercitava il suo ministero sacerdotale nella scuola di questi fratelli, furono assassinati vilmente nel cimitero di Turòn. Questo accadde il 9 Ottobre del 1934 durante la rivoluzione delle Asturie, (Oviedo. Spagna). Il P. Innocenzo, formato alla scuola di San Paolo della Croce, si convertì dopo questo fatto nel primo martire santo della Congregazione essendo stato canonizzato solennemente da Giovanni Paolo II, il 21 Novembre del 1999. 

            Non facciamo una descrizione della sua vita, né degli “atti del suo martirio”, semplicemente vogliamo porre in luce la testimonianza della sua vita di martire alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, perchè può servirci da esempio e modello nelle nostre prove e difficoltà. 

 

           Nel primo testo che abbiamo letto, l'apostolo San Giacomo ci esorta a tenere in conto il valore della prova ed il pericolo che si trova nelle ricchezze. Ed inoltre metteva in guardia tutti noi contro una fede che non si traduce in opere pratiche di misericordia. 

Questa lettera di San Giacomo, c'invita anche a considerare come una grande gioia l'essere circondati da ogni tipo di prove. Certamente, in queste prove ci troviamo nel clima delle beatitudini: ""Beati"... "Quelli che piangono, i perseguiti, quelli che patiscono le prove". Noi restiamo solamente nella seconda parte. Si tratta innanzitutto di felicità, di piacere e gioia perfetti. 

Gesù vuole la nostra "felicità", Gesù ci vuole "felici". Beato l'uomo che sopporta la tentazione,( Gc 1,12) "perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piana", ( Gv 15,11), Che cosa è ciò che promana dalla nostra vita? Gioia o tristezza? 

Pensando alle nostre proprie prove possiamo sentirci deboli ed incapaci, ma sappiamo che il Signore. è la nostra forza.  

  

          San Giacomo, incoraggia i seguaci di Gesù ad affrontare le difficoltà, le prove della vita, come un cammino di maturazione nella fede e, come conseguenza, per dare tempra alla sequela di Cristo che richiede sempre una generosità ed una costanza ferma. È la forma di vivere e di essere TESTIMONI VIVI dello stesso Signore Gesù. 

Perché la fragilità fa parte della nostra vita e del nostro  camminare come persone e come credenti. Col risultato che le prove della  vita, secondo l'apostolo, sono espressioni della nostra debolezza. 

Per questo, tali prove, affrontate con coraggio e fermezza, formano  il nostro spirito. Da Dio ci vengono i doni e la forza necessaria  per affrontarle. È la conclusione dell'autore sacro. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

            Quante volte sperimentiamo la forza della fragilità nella nostra storia personale! Il ricordo di questi grandi testimoni, come del nostro martire Innocenzo, c'invita a continuare ad impegnarci nella lotta. Il COMPITO è oggi immenso...! Il nostro mondo e la nostra cultura continuano ad aver bisogno di TESTIMONI!  

Il vangelo di oggi, (Mt 10, 26-33, in questo capitolo 10, è composto da una serie di parole di raccomandazione, di avviso e di incoraggiamento. Questo testo ci manifesta le difficoltà dei Dodici per l’attuazione della loro missione. Gesù li avvisa che li invia "come pecore tra lupi". Con queste premesse non è così strano che gli inviati possano sentire paura. Paura di chi? Il contesto indica che non si tratta degli uomini in generali bensì degli uomini religiosi, (cfr. Mt. 10, 25 e 9, 34). Sono gli uomini del fondamentalismo religioso.  Di lì la triplice esortazione ed invito “non abbiate paura" (vs.20, 28 e 31). Il testo elenca diverse ragioni per superare la paura. 

 La prima ragione è di natura sapienziale-proverbiale. Sono i vs. 26 e 27. Niente è coperto che non debba scoprirsi, né nascosto che non debba sapersi, (vs. 26). La concezione religiosa di Gesù proseguirà nonostante l'opposizione religiosa dei fondamentalisti. 

 

            Seconda ragione. v. 28. Non è gli uomini bensì Dio  che bisogna temere. Questi ricorreranno perfino a metodi mortali, (v. 28a). Ma l'integrità fisica non dà la misura della persona.  Non è di questi che bisogna avere paura, bensì di Dio, perché è Dio che dà la vera misura della persona,( v. 28b). Orbene, Dio sta della nostra parte, ci dice chiamandoci affettuosamente "piccolo gregge". Dio è Padre! La perdita dell'integrità fisica non deve spaventarci. Questa perdita ha un senso e Dio non è assente. Il motivo per non avere paura è la fiducia nel Padre. 

Terza ragione. Vs. 29 e 30. Gli inviati devono sapere di poter contare sulla protezione ed affetto di Dio. Il testo di oggi vuole mettersi nella situazione di questo comprensibile stato d’animo, infondendo nel discepolo gioia e speranza contro ogni speranza. La fede e l'adesione personale dei discepoli a Gesù devono manifestarsi nella proclamazione aperta e chiara del messaggio del Maestro. 

          

            Il motivo per il quale il credente-testimone non deve temere è che quelli che si oppongono al messaggio non hanno un potere reale sulla vita ("uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima" = vita). L'unico padrone e signore della vita e colui che ha potere su essa è Dio; semmai è lui che si deve "temere", dato che solamente Lui decide il destino di salvezza o di condanna di ogni uomo.

Annunciare il Vangelo è confessare Gesù tra gli uomini, un  atteggiamento esattamente contrario a quello di Pietro che la notte dell'arresto  rinnegò il Maestro, giurando che non lo conosceva,( 27, 74). Il dono della  comunione offerto da Cristo ai suoi discepoli Scelse i  Dodici  affinché stessero con Lui: (Mc 3, 12), è qualcosa che non dobbiamo  dimenticare, neanche di fronte al pericolo di perdere la vita. Da questa  solidarietà col Figlio dell'uomo, un dono che viene dall’alto,  dipende il giudizio sulla vita dal discepolo, (vv. 32ss). 

 

            L'offerta che il Signore. ci fa è quella di stare con noi  anche in mezzo alle più grandi difficoltà ed oscurità. Magari fossimo capaci di aprirci ed accogliere la sua offerta di presenza e vicinanza! Grande sarebbe il bene che ci farebbe.  

Che la testimonianza del martirio e l'esempio di Sant’ Innocenzo, Protomartire della nostra congregazione, ci aiuti e ci fortifichi per essere anche noi testimoni di Gesù Cristo Crocifisso in questo mondo nel quale oggi ci tocca vivere.