45º Capitolo Generale dei Passionisti

45º Capítulo General de los Pasionistas

45th General Chapter of the Passionists

 

 

 

 

 

 Festa del Beato Fratel Isidoro

 

Roma, 06-10-06

 

P. Harry Gielen cp - GABR

 

Nella notte del 6 ottobre 1916, esattamente 90 anni fa, a metà della Prima Guerra Mondiale, che ha stroncato centinaia di migliaia di giovani vite nei campi di battaglia e nelle trincee della Francia settentrionale e nelle Fiandre, un giovane di 35 anni stava morendo, mentre sedeva in una poltrona in una stanza del convento di Kortrijk.

 

Per un periodo di cinque anni è vissuto con un cancro incurabile, mentre continuava giorno dopo giorno a servire la comunità come fratello laico, letteralmente un uomo per tutte le stagioni.

 

Questo giovane non era un eroe. Era un abile contadino, che quando era in famiglia arava la terra con un paio di buoi e che all’età di 26 anni entrò nella comunità Passionista di Ere, vicino Toumai. Una comunità composta allora pressoché da soli giovani fratelli. Di 90 membri che in quel momento appartenevano alla Provincia Belga-Olandese, solo 6 avevano superato i 60 anni. Non ho bisogno di dirvi quanto la nostra Provincia sia cambiata nel corso di un secolo. Basta dare un occhiata alle recenti statistiche.

 

Quello che sappiamo di questo giovane fratello deriva principalmente dalle 26 lettere che scrisse ad intervalli regolari ai suoi parenti, specialmente a sua madre. Queste lettere sono preziosi frammenti di letteratura monastica, che rivelano quanto l’autentica grandezza può nascondersi in un esistenza così semplice, così comune, come solo la terra può essere.

 

Nel corso degli anni, sono riuscito a leggere queste lettere per quello che realmente sono: espressioni di autentico amore per i suoi parenti, specialmente per sua madre ed una genuina riconoscenza per la sua chiamata alla vita religiosa; Gratitudine che ha tradotto in un continuo e generoso servizio alla sua comunità ed in una radiosa ed esemplare bontà per le persone che si presentavano in gran numero alla porta del convento, in quei giorni, quando la linea del fronte e il campo di battaglia erano lontani solo poche miglia dalla città dove vivevano.

 

Nelle sue lettere Fratel Isidoro evitò di parlare delle tensioni nella comunità o delle difficoltà, ad esempio, a vivere in un ambiente dove non poteva nemmeno usare la sua lingua nativa o della sua esperienza della malattia durata un anno. Voleva solo evitare di turbare i sentimenti di sua madre e poter comunicare solo buone notizie.

 

La spiritualità di Fratel Isidoro può essere sintetizzata e tradotta in qualche modo con la parola chiave del vangelo di oggi, ripetuta non meno di otto volte dall’evangelista: “dimorare”. Questo termine, “dimorare”, “rimanere”, “menein” in greco, mi fa sempre pensare al defunto P. Stanislas Breton che era solito mettere in rilievo, in così tanti suoi scritti e conferenze, la funzione essenziale del “dimorare”, del menein, di non fare nient’altro che serbare l’appagante presenza di Dio, amando e venendo amati.

 

Quando cerchiamo una caratteristica nella prospettiva della spiritualità del Fratel Isidoro, dobbiamo dirigere la nostra attenzione all’operazione “inutile” del dimorare, di un menein privo di azione, che genera, come per miracolo, molteplici e sorprendenti atti di generosità che sembrano legati a questa nascosta sorgente che è il dimorare. Nella terminologia del Vangelo: “Coloro che dimorano in me ed io in loro portano molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla”.

 

Nella vita di Fratel Isidoro e nella sua inaspettata capacità di diffondersi dopo la sua morte, è sintomatico che sia stato stimato ed anche venerato dalla gente esterna alla sua comunità, più per quello che era che per quello che faceva; la santità è caratterizzata da una serenità e una gioia che non sono di questo mondo. La consapevolezza di essere amati da Dio, fonte di ogni santità e bontà, è al cuore della coscienza di questa persone che noi chiamiamo santi. Non è la virtù che fa un santo. I Farisei erano molto virtuosi, ma avevano bisogno di conversione sia loro che la loro vita. Anche la carità, il fare qualcosa di buono per gli altri, non è ciò che caratterizza i santi. Certamente erano molto caritatevoli, ma non ci sono forse molte perone che compiono il bene e che non chiamiamo santi ? No, un santo è qualcuno che dimora in Dio, che si sforza di vivere in un' eccezionale intima relazione con Dio e che rende Dio reale e vicino alle persone che gli stanno intorno.

 

Fratel Isidoro, per me, era una persona fatta così. Un esempio ed una fonte di ispirazione per tutti noi, non solo per i fratelli laici che sono tra noi, ma per tutti noi, laici e chierici, e per essere sincero, secondo me, soprattutto per quest’ultima categoria.

Amen.