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45º Capitolo Generale dei Passionisti 45º Capítulo General de los Pasionistas 45th General Chapter of the Passionists |
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Festa di San Francesco d’Assisi – Omelia
P. Michele Pomili (PIET)
In questo capitolo generale, incentrato sul tema della Ristrutturazione, la liturgia odierna ci dona la gioia di celebrare la festa di S. Francesco d’Assisi, grande “ristrutturatore” della chiesa del suo tempo. Nell’autunno del 1205, nella chiesa di San Damiano, egli sentì dire con molta chiarezza dal crocifisso bizantino: “Francesco, va’ e ripara la mia chiesa, che, come vedi, va tutta in rovina”[i]. Anche noi abbiamo ricevuto, come congregazione, la stessa chiamata da parte del Signore, vale a dire di metterci in cammino in questo processo di ristrutturazione della nostra congregazione: “passionista del terzo millennio, va’ e ripara la mia congregazione”. Consapevoli che per raggiungere una nuova vitalità dell’istituto e una maggiore efficacia apostolica, non sarà tanto questione di nuove strutture giuridiche o nuove forme di missione, quanto piuttosto solo in “una conformazione sempre più piena al Signore sta la garanzia di ogni rinnovamento”[ii]. Per questo motivo vogliamo oggi volgere lo sguardo al “poverello d’Assisi”, colui che fu “in tutto perfetto imitatore di Cristo”[iii], affinché ci inspiri gli atteggiamenti da assumere al fine di ottenere un rinnovamento nel nostro istituto. Gli aspetti da analizzare sarebbero tanti, per questioni di tempo mi soffermo unicamente su due di essi che la liturgia della Parola odierna ci suggerisce: la Minorità e la Conformazione a Cristo crocifisso. Nel vangelo di oggi, Gesù proclama una preghiera di benedizione al Padre, perché ha scelto come destinatari della rivelazione “i piccoli”, scartando i sapienti e gli intelligenti. Ma chi sono questi piccoli, di cui parla Gesù? Il vocabolo népios è una variante del termine “i poveri”, che nel primo vangelo designa i destinatari della buona novella del regno (Mt 11,5), e nella tradizione biblica antico-testamentaria[iv] gli “umili e poveri” sono sempre contrapposti ai “sapienti e intelligenti”, nel ricevere il favore di Dio. Alla luce di questa parola si comprende meglio come mai S. Francesco sceglie come via privilegiata per seguire il Signore la via della minorità: egli volle “seguire in ogni cosa l’esempio di umiltà e povertà del Figlio di Dio, più che gli altri religiosi”[v]. Francesco vede nell’umiltà di Cristo l’elemento essenziale della vera vita cristiana e, volendo rivivere in tutto l’atteggiamento del suo Signore, sente il bisogno di farsi minore, cioè ultimo. La vera minorità, per il santo, consiste nella semplicità, e proprio perché semplice l’umile non misconosce mai i doni ricevuti da Dio; l’umiltà è anche verità. Allo stesso tempo però continuamente “aveva davanti agli occhi i (suoi) difetti, mentre rifletteva che erano assai di più le virtù che gli mancavano di quelle che aveva”[vi]. La minorità di Francesco è resa possibile dalla piena conoscenza di se stesso: dei suoi doni o talenti, ricevuti dal Signore, e allo stesso tempo delle proprie resistenze interne. Credo che per tutti noi sia importante assumere come atteggiamento di vita, la stessa “umiltà profonda” che ha caratterizzato il poverello di Assisi, che consiste invece nella più piena e realistica conoscenza di se stessi. Senza questa umiltà, che si basa su quelle che sono le proprie qualità, sulle quali far leva per corrispondere alla propria vocazione, e i propri punti deboli, sui quali incentrare il proprio cammino di conversione, non raggiungeremo mai una totale consacrazione a Dio, cioè “di tutta la persona”[vii], come lo è stata quella di Francesco. A questo punto mi domando: Quanto i nostri percorsi di formazione permanente ci aiutano a progredire, giorno dopo giorno, in questa consapevolezza di noi stessi, al fine di “lasciarsi formare ogni giorno della vita”[viii], per tutta la vita? Quali percorsi intraprendere per avviare, in noi, un processo di maggiore coscientizzazione, al fine di vivere l’esperienza dell’umiltà profonda e della minorità, come fu intesa da Francesco? Un secondo aspetto che vorrei sottolineare della vita del santo è legato al 1224, anno in cui Francesco, sul monte della Verna, riceve in dono le stimmate, segno estremo della sua perfetta identità con Cristo. Infatti tutta la vita di Francesco fu “un continuo assimilarsi a Cristo e, per così dire, un predisporsi alle sue sacre stimmate”, infatti, “tutta la sua opera, pubblica e privata, aveva di mira la croce del Signore”[ix]. Il ricordo continuo della passione di Cristo era impresso “nelle più intime viscere del suo cuore”[x], tanto da rileggere tutta la sua vita nell’ottica della croce. E’ questa memoria passionis [i] Tommaso da Celano, Vita seconda, 10. [ii] Perfectae Caritatis, 2. [iii] Tommaso da Celano, Vita seconda, 216. [iv] Is 29,14.19. [v] Leggenda perugina, 32. [vi] Tommaso da Celano, Vita seconda, 140. [vii] Vita Consecata, 65. [viii] Vita Consecata, 69. [ix] Bonaventura, Leggenda minore, VI,9. [x] Bonaventura, Leggenda maggiore, I,5.
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di Francesco che gli ha permesso la conformazione a Cristo crocifisso nel corso della vita, suggellata dal dono delle stimmate. Questa stessa capacità è presente anche nell’apostolo Paolo che, scrivendo ai cristiani della Galazia, ricorda loro che porta impresse nel suo corpo le “stigmate” di Gesù, alludendo alle cicatrici delle battiture e delle lapidazioni subite a causa del vangelo. Egli le paragona alle marchiature degli schiavi del tempo (questo è il senso di stigma), le quali erano segno di appartenenza ad un padrone, e quindi per Paolo costituiscono i segni dell’essere schiavo di Cristo Gesù. L’apostolo Paolo è capace di rileggere gli episodi di ingiustizia patita alla luce del mistero pasquale e dare un senso redentivo al male subito. La vita del santo di Assisi ricorda a noi passionisti, che ci siamo consacrati con un voto speciale a “promuovere la memoria della passione di Cristo con la parola e con le opere”[i], che non possiamo annunziare la parola della Croce se prima noi non ne abbiamo fatto esperienza nella nostra carne. Questa esperienza, sulla scia dell’apostolo Paolo, si realizza nel recuperare una memoria orante della propria vita, nella quale ricercare quelle situazioni di male fatto o subito, dal peccato personale alla violenza sofferta, a volte non ancora integrate, per coglierne il senso a partire dal mistero pasquale. Solo una memoria passionis incarnata nel terreno della quotidiana esistenza sarà capace di integrare tutta la nostra vita intorno alla Pasqua del Signore e ci aiuterà a cogliere la presenza di Dio nella nostra storia personale e poi aiutare i fratelli a fare altrettanto. In questa eucarestia chiediamo al Signore di poter ottenere, come s. Francesco, un’umiltà profonda e una più piena conformazione a Cristo crocifisso per mezzo della memoria passionis, “affinché interiormente purificati, interiormente illuminati ed accesi dal fuoco dello Spirito santo, possiamo seguire le orme”[ii] del Signore e rinnovare la nostra congregazione.
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