IL LIBRO DI GIOBBE
Nulla sappiamo dell'autore o degli autori del libro di Giobbe, e non v'è neanche la certezza totale circa l'epoca nella quale fu scritto e neanche il testo del libro è esente da sospetti molto seri. Abbiamo, intanto, un libro intenso e drammatico, vivo nell'esposizione dei motivi e singolarmente provocatorio. Il libro descrive l'itinerario di fede di un uomo (Giobbe) che giace nel letamaio, vittima innocente delle scommesse tra Dio e Satana e della logica implacabile di tre amici teologi che cercano di convincerlo circa la sua colpevolezza e ridurlo al silenzio.
Giobbe non è un ebreo pio, è piuttosto uno straniero di Hus, che rivendica con veemenza la sua innocenza e ardisce ricorrere per un giudizio o causa contro Dio. È un personaggio letterario capace di riassumere in se il dramma dell'umanità sofferente, di tante vittime innocenti della storia, persone e paesi che condividono il suo dolore e le sue ansie.
La bellezza poetica del libro ne fa un'opera classica della letteratura universale. La ricchezza e profondità di Giobbe deve portarci a riconoscere che non esiste un'unica interpretazione del libro. Si tratta, piuttosto, di penetrare nella sua trama facendoci colpire dalla profonda eleganza letteraria e dalla ricchezza teologica che presenta.
L'opera contiene una lunga sezione poetica inquadrata tra un prologo ed un epilogo in prosa (che forse formavano l'unità originale). La sezione poetica corrisponde a tre cicli di discorsi nei quali si alternano le voci di Giobbe e dei suoi tre amici: Elifaz, Bildad e Sofar. Il primo ciclo di discorsi si apre con uno straziante monologo di Giobbe, il secondo mantiene lo stesso ritmo e l'ultimo è interrotto da un discorso sulla Sapienza inaccessibile. Dopo il terzo ciclo di discorsi fa la sua apparizione il giovane Eliu. Alla fine Dio rompe il suo silenzio e risponde a Giobbe dalla tempesta.
Il libro può dividersi allora nella seguente forma:
Prologo: capitoli 1 e 2, presentano due paia di scene contrapposte (nel cielo e sulla terra), offrono il quadro generale per capire i discorsi che seguono.
Discorsi: dal 3 al 31, tre giri di dialogo (4-14; 15-21; 22-27.29-31) che incominciano col monologo di Giobbe (3) e si interrompono col discorso sulla Sapienza (28).
Intervento di Eliu: quattro monologhi (capitoli 32-37), di un saggio giovane che appare senza essere stato annunciato e sparisce senza lasciare traccia.
Dialogo tra il Signore e Giobbe: 38,1-42,6.
Epilogo: 42,7-17, Dio rimprovera i tre saggi e restituisce a Giobbe i suoi beni.
Per facilitarci il lavoro, presentiamo di seguito tre aspetti o linee teologiche che possono darci aiuto per entrare nel libro ed arricchire la nostra spiritualità passionista. In seguito si propone un breve studio, con passi ognuno relativo a un testo di Giobbe. I passi metodologici del laboratorio sono in ultimo gli stessi della "lectio divina", ma arricchita con un sguardo alla realtà ed una riflessione sulla situazione sociale che sta dietro il testo. Identica metodologia si segue dopo col libro della Sapienza. È consigliabile effettuare il laboratorio in gruppo o comunità.
LA RICERCA DI GIOBBE
La storia comincia come nei racconti infantili: c’era una volta nel paese di Hus un uomo chiamato Giobbe... Era un modello di giustizia e di pietà, ed era anche il più ricco degli uomini di oriente. Fino al giorno in cui Satana volle provare la sua fedeltà a Dio, 1,6-12; 2,1-6. In quel momento si colloca il nodo teologico del libro: si tratta della retribuzione e della gratuità della fede in Dio. La strada scelta dall'autore per spiegare i suoi progetti fu di fare passare il nostro personaggio per ogni tipo di sofferenze. Per due volte Satana lo martella, convinto che la sua fede è interessata; Dio permette che questo succeda, perché si fida dell'integrità di Giobbe. Queste scene si alternavano tra il cielo e la terra. Con la sofferenza di Giobbe tutto si trasferisce sulla terra.
Dal letamaio dove soffriva una sofferenza atroce e sconcertante, Giobbe alza la voce per gridare la contestazione che spunta dal suo dolore incomprensibile. La perdita dei suoi figli e figlie, di tutti i suoi beni e perfino della stessa salute, letta nella visuale della dottrina tradizionale della retribuzione divina, gli sembra una vera aggressione di Dio. Non teme intavolare una feroce battaglia contro la fermezza dottrinale dei suoi amici, incapaci di comprendere la profondità del suo dolore. Subito percepisce che non è solo nella sofferenza: con lui soffre l'umanità dolente. È il primo progresso che sperimenta l'uomo del letamaio: d'ora in poi sarà portavoce dei diseredati che chiedono libertà ed uguaglianza sociale, 3,17b-19. Sull’orlo della disperazione, inserisce a Dio, responsabile davanti ai suoi occhi di questa situazione intollerabile (3,20-23; 19,6-12). Ma lo vedremo sempre afferrato al Signore, è a lui che chiede forze per resistere (6,11). Invece di perdersi nei labirinti degli insensati, si slancia ad una ricerca audace che gli permetterà di perfezionare il linguaggio per parlare di Dio ed a Dio dal suo atroce patimento.
Con incredibile temerarietà, Giobbe proclama la sua innocenza davanti agli amici che, attaccati alla dottrina tradizionale, credono di difendere Dio condannando intanto l'innocente. Basato sulla convinzione della sua integrità, si scaglia senza compassione contro l'equazione classica che postula la dottrina secondo la quale esiste una relazione diretta tra le opere dell'uomo e la retribuzione immediata e proporzionata da parte di Dio. Quel combattimento lo porterà a scoprire che Dio non può essere classificato in categorie umane, si tratta di ricercarlo da una libertà purificata di qualunque tranello. Stanco di reclamare per un colpevole del suo dolore (19,6-22), Giobbe si va liberando del fatalismo che chiudeva i suoi occhi e si va aprendo faccia a faccia alla speranza di un incontro con Dio: sì, io stesso lo vedrò, i miei occhi lo guarderanno come nessun altro (19,27).
La speranza di Giobbe continua a crescere man mano che procede il dialogo coi suoi amici. Le ragioni che essi sfoderano per convincerlo della sua colpevolezza rendono ancora più intollerabile la sofferenza. A poco a poco sarà sempre più chiaro che il combattimento che Giobbe attua è contro il Dio che lo condanna ad una sofferenza inspiegabile, ma in quel combattimento egli stesso ricorre allo stesso Dio affinché l'aiuti. Detto altrimenti, il suo combattimento è contro l'immagine del Dio inclemente che gli propongono i suoi amici. Dall'inizio Giobbe sta alla ricerca, per quel motivo respinge l'invito di sua moglie: maledici Dio e muori (2,9); nel suo caso l'integrità è maggiore che l'avversità: hai parlato come una ignorante (2,10). E, più avanti confutando con energia le tesi dei teologi (9,22-24), il suo discorso mette un primo paletto nel percorso verso il nuovo incontro con Dio: la necessità di un arbitro capace di dirimere la causa giudiziale che pensa di intavolare contro quel Dio che lo condanna con sofferenze e tradizioni, 9,33.
Nel secondo ciclo di discorsi Giobbe dà altri due passi significativi nel tentativo di dare libero sfogo davanti al Signore all'amarezza del mio animo (10,1). Stanco già di sopportare il furore di Dio, la speranza di Giobbe scorge l'esistenza nel cielo di un testimone per il suo esposto (16,19), un difensore che gli garantisce quello che tanto desidera: parlare davanti a Dio senza paura. Non vuole che il suo caso resti dimenticato: che non si blocchi la mia domanda di giustizia (16,18). Nel discorso seguente, capitolo 19, gli amici e Dio saranno ugualmente l'oggetto della sua accusa: perché mi perseguitate come fa Dio e non siete mai sazi di schernirmi? (19,22). È il momento in cui la fede gli apre una soluzione migliore: io so che il mio "go'el" è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere (19,25). È molto verosimile che quel "go'el" (riscattatore, vendicatore) sia lo stesso Dio che spera di vedere faccia a faccia (vv. 26-27). La cosa più probabile è che Giobbe speri di vedere l'intervento di Dio ancora in vita (tra le altre cose, in 42,5 dirà: i miei occhi ti hanno visto) e che non si parli per niente di quello che verrà dopo la morte. Ma, in ogni caso, questo è stato il passo definitivo nella speranza di Giobbe e questo passo è stato già dato: ha appena ricordato che il suo" go'el" amato è eterno e che egli si occuperà della sua causa. Più tardi solamente risuonerà il desiderio di trovare presto la cosa (23,3).
Nel suo percorso valoroso Giobbe va acquistando una nuova integrità; la prova alla quale è assoggettato, aggravata per le accuse dei suoi amici, gli permette di continuare a smascherare le sue illusioni. All'inizio si dispiaceva di non essere morto uscendo dal seno materno (3,11), dopo gridò a Dio il suo abbandono (7,17-18) e si andò entusiasmando con la possibilità di intavolare una causa contro lui (9,32). In fondo, anche egli stava carcerato della stessa equazione che identificava la sofferenza con la punizione. Gli costò superare la sua propria concezione che vedeva l'uomo come norma ultima del cosmo e della storia. Tuttavia, non chiese mai di guarire dai suoi mali né che gli fossero restituiti i suoi beni. Ciò a cui mai rinunciò fu la possibilità che la sua sofferenza si trasformi in parola davanti a Dio. Per quella strada andò progredendo nella libertà e riconoscendo che anche Dio è libero di fronte all'uomo: non è possibile catalogarlo né predire la sua azione.
Il silenzio di Dio giocò a favore di Giobbe. Fu la battuta d'attesa che era necessaria per rifiutare come inservibili le ragioni sia dei suoi accusatori che quelle proprie. Quando Dio si deciderà a rispondergli, concentrerà le sue parole sulla gratuità della sua azione e sull'impossibilità di prevedere in dettaglio le ragioni del suo agire.
Giobbe risponde al Signore con un discorso senza immagini né metafore (42,1-6) che segnala lo stadio finale del suo itinerario. È un gioioso riconoscimento che Dio ha piani ed intenzioni che sono nascosti all'uomo e che gli riescono incomprensibili o che forse appariranno alla sua mente soltanto come enigmi (Ecl 3, 21-24). Si impone l'abbandono della sua pretesa di impadronirsi della SAPIENZA di Dio e l'accettazione serena della propria condizione di creatura.
Ha dovuto percorrere una penosa strada. Riflettendo sulla sua sofferenza, riuscì a superare il binomio colpevolezza di Dio / colpevolezza dell'uomo nel quale egli stesso era imprigionato. Perse un po' di se stesso per guadagnarsi interamente (Mc 8,35). Come Geremia può dire ora: mi hai sedotto, Signore, ed io mi sono lasciato sedurre (Ger 20,7). A prezzo di sofferenza e lotta attuò un'ardua battaglia fino a incontrarsi con Dio. E da quell'incontro Giobbe uscì trasformato. Ha visto Dio. E questo gli basta. Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno visto (42,5).
La strada che il lettore scopre leggendo il libro di Giobbe non finisce in Giobbe. Almeno non blocca un cristiano. Il superamento totale della misura stretta della retribuzione si trova in Gesù, egli rompe definitivamente la bilancia con la quale si cercava di tassare la grazia di Dio come ricompensa immediata e proporzionale alle azioni degli uomini. Il passaggio classico in questo senso è quello della guarigione del cieco-nato: Maestro, chi peccò, egli o i suoi genitori perché nascesse cieco? ... non peccò lui né i suoi genitori, ma è affinché si manifesti in lui l'opera del Padre (Gv 9,2-3). Normalmente si adducono anche gli episodi della donna adultero (Gv 8,1-11), della donna peccatrice (Lc 7,36-50) e del ladro pentito (Lc 23,39-43). È precisamente nella croce dove Gesù mostra che abbandona il terreno del "do ut des" e si situa definitivamente al livello della grazia ed del perdono: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34). Come nel caso di Giobbe, quello che sta in gioco non è meramente il suo benessere personale bensì, innanzitutto, la fede in Colui che decide di perdonare perfino in mezzo alle sofferenze ingiuste alle quali è sottomesso suo Figlio.
PISTA DI LAVORO: LA RIBELLIONE DI GIOBBE CONTRO DIO
(Testo da studiare: Gb 9,1-10,22)
I. Partire dalla realtà
Non poche volte la sofferenza umana induce il giusto ad elevare il suo clamore contro Dio tentando di trovare in Lui un senso alla sua situazione. In quello senso, Giobbe è un esempio paradigmatico. Con voce virile e dal profondo della sua sofferenza si lamenta con Dio per la sua miseria ed il suo dolore.
a) Conosciamo persone che si siano ribellate contro Dio in situazioni simili di abbandono e di dolore? Come abbiamo giudicato questo fatto?
b) Qualche volta c'è successo qualcosa di simile nelle nostre situazioni di sofferenza?
II. Studiare e meditare il testo
1. Lettura del testo
Leggere il testo di Gb 9,1-10,22.
Presentarlo con le nostre proprie parole.
2. Studio del testo
2.1. Vedere da vicino il testo:
È la seconda volta che Giobbe replica ai suoi amici, in questo discorso contempla la possibilità di intentare una causa contro Dio. In realtà, è uno dei discorsi nei quali emerge con maggiore evidenzia il linguaggio giuridico.
a, Come divideresti questo discorso?
b, Quali sono gli elementi centrali in ogni parte del discorso?
c, Scopriamo qualche sviluppo nel testo?
2.2. Vedere la situazione sociale che sta dietro il testo:
Giobbe parla di intentare una causa contro Dio, dell'aspirazione di un arbitro imparziale tra i due affinché gli permetta di esporre senza paura la verità che spunta dal suo dolore, di essere vagliato senza la paura di essere annichilito. Dietro questo discorso sta l'esperienza giudiziaria del paese dell'Israele. Un testo di una distinta epoca che tratta i problemi dell'amministrazione della giustizia e che può aiutarci a comprendere il grido di Giobbe è Is 10,1-4.
Paragoniamo il testo di Isaia con quello di Giobbe e descriviamo la situazione del paese dell'Israele in termini di amministrazione della giustizia.
2.3. Ascoltare il messaggio del testo:
Sicuramente questa interpellanza che Giobbe rivolge a Dio contiene più di una frase che ci scuote e c'interroga nella nostra maniera di riferirci a Dio, e magari suona mezzo eretica. Rileggiamo il testo e tentiamo di precisare:
a, Quali sono gli aspetti centrali in questo discorso di Giobbe? Come appare in lui la speranza?
b, Che cosa speriamo da Dio quando ci troviamo in una situazione simile?
c, Il linguaggio della disubbidienza può esporre il nostro discorso e la nostra fede? in che senso?
III. Celebrazione della Parola
1. Condividere in un momento di preghiera le luci ricevute.
2. Pregare insieme il Salmo 6. È un discorso di un credente in mezzo alla prova e alla tribolazione che spera dall'amore di Dio la soluzione dei suoi mali.
3. Assumere un impegno con qualche persona che incarni oggi davanti ai nostri occhi il dramma di Giobbe.
4. Fare una sintesi di quello che elaboriamo per dirlo ruminando durante il giorno o durante la settimana.
IL DIO DELLA CAROTA ED IL BASTONE: GLI AMICI DI GIOBBE
Subito appaiono tre amici nell'orizzonte delle sofferenze di Giobbe, si tratta di tre sapienti stranieri (e in quanto sapienti, possessori di grandi beni; è implicito che neanche si devono dimenticare). Informati delle sofferenze di Giobbe vengono a consolarlo. Impietositi per il suo stato si mettono a piangere e si siedono presso di lui in silenzio. Il gran merito di questi amici fu di non averlo abbandonato durante la sofferenza, la loro maggiore virtù: l'averlo contemplato in silenzio durante alcuni giorni.
Nessuno è pulito davanti a Dio
Davanti alla violenta reazione di Giobbe di fronte al male ed alla sofferenza, gli scagliano una raffica di discorsi nei quali spiccano le loro migliori armi. Riparati nella teologia classica della retribuzione, cercheranno invano di convincerlo della sua colpevolezza. Tre fili si intrecciano nei discorsi di questi sapienti: la disgrazia degli infedeli, la ricompensa storica del giusto e la colpevolezza dell'uomo davanti a Dio.
Che i malvagi siano puniti ed i giusti benedetti, che benedizione-maledizione si verifichino prima della morte e che si diano in proporzione diretta al comportamento umano, è cosa troppo chiara per essi. Certo,la sventura non nasce dal suolo, e la disgrazia non germoglia dalla terra (5,6), è la formulazione del principio di causalità, dal quale deducono due equivalenze immutabili: virtù uguale a felicità, guasta uguale a punizione. Il giusto riceve la ricompensa meritata per la sua giustizia, ed il malvagio la punizione riportata per le sue mancanze. Necessariamente le sofferenze di un uomo si devono alla sua malvagità. Se è valso sempre, vale anche per Giobbe: rammenta, dunque, quale innocente è mai perito? (4,7). La soluzione è semplice: riconoscere la colpa; quanto a me, mi rivolgerei a Dio, a Dio affiderei la mia causa (5,8). La difficoltà con Giobbe sorge nel fatto che nel suo passato non si trova una mancanza meritevole di tale punizione. Senza necessità di rinnegare Dio, scopre che la sua esperienza contraddice i principi della teologia tradizionale: sarebbe per me un conforto, salterei di gioia nell’angoscia senza pietà, per non aver rinnegato le sentenze del Santo (6,10).
Ma questi amici non sono disposti ad ascoltarlo. La proclamazione che Giobbe fa della sua innocenza li esaspera ed il tono dei suoi discorsi va diventando ogni volta più aggressivo ed insidioso. Credono che discutere le sue convinzioni sia attentare al diritto di Dio. Perciò ricorrono per tre volte ad un argomento alquanto ambiguo: l'impurità dell'uomo di fronte a Dio (4,17-21; 15,14-16; 25,4-6). È chiaro che l'uomo è naturalmente limitato davanti a Dio. Se è in questo senso che deve intendersi l'impurità, le affermazioni non fanno questione. Ma nelle loro parole "impurità" denota "colpevolezza", in modo che usano il nobile argomento per far cadere in un tranello, a nome di Dio, al povero che soffre e rendegli più penoso il suo dolore.
Il peso della tradizione
I discorsi degli amici sono chiari e dottrinalmente solidi, ma privi di fantasia e, soprattutto, assolutamente duri davanti al dramma della sofferenza umana. Ciò li porta a ripetere gli argomenti in maniera quasi monotona; meccanismo che evidenzia una teologia svigorita, incapace di illuminare le ricerche dell'umanità. Questa incapacità li conduce al limite dell'ingiustizia: rinfacciare a Giobbe una lista di mancanze immaginarie, senza nome né contenuto (22,5-11). Vogliono difendere a Dio, ma lo fanno con bugie ed ingiustizie (13,7). In ultimo, non hanno altro appiglio che il richiamo alla tradizione, l'argomento di autorità (8,8-10). E si afferrano ad esso con tale durezza che riescono a trasformarsi in avvocati eroici di un Dio marziale, di una detestabile divinità sorda al clamore dell'innocente.
Giobbe è indubbiamente anche prigioniero dell'argomento che essi maneggiano, benché non delle loro ragioni, perché nella reclamata difesa della sua integrità desidera dichiarare colpevole Dio. Dopo tutto, anche egli si muove nell'equazione "sofferenza uguale a colpa." In questo senso, la solidità teologica dei discorsi degli amici contribuisce ad evidenziare l'immagine deformata che Giobbe ha di Dio.
Quello che non può passare sotto silenzio è il diverso procedimento umano che si svolge nel corso del libro. Mentre Giobbe va scoprendo una nuova maniera di stare davanti a Dio, gli amici appaiono bloccati nelle loro vecchie ragioni; per essi non esiste lo sviluppo umano, né il progresso nel sapere. Sono ammirevoli nel loro impegno a fare perire la vittima perché si salvi il preteso ordine "naturale." Sembrerebbero anticipare il parere del Sommo Sacerdote: è necessario che muoia uno perché non perisca la nazione (Gv 11,50). Quei fantastici difensori di Dio riceveranno alla fine una severa disapprovazione dal Signore: la mia ira si è accesa contro di te ed i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette, come ha fratto il mio servo Giobbe (42,7).
PISTA DI LAVORO: QUANDO LA TRADIZIONE SOFFOCA IL GRIDO DI DOLORE (Testo da studiare: Giobbe 15,1-35)
I. Partire dalla realtà
Un buono aiuto per iniziare questo lavoro può essere il ricordare qualche occasione nella quale abbiamo dovuto aiutare persone in situazioni gravi di sofferenza.
a. Che atteggiamento concreto assumiamo in questa situazione?
b. In quali parole o gesti si percepiva questo nostro atteggiamento?
c. Che cosa sperimentiamo dentro noi stessi?
II. Studiare e meditare il testo
1. Lettura del testo
Leggere il testo di Giobbe 15,1-35 (Discorso di Elifaz)
Tentare di ricostruirlo con le nostre parole.
2. Studio del testo
2.1. Vedere da vicino il testo:
Elifaz di Temán è uno dei tre amici che vengono a consolare Giobbe, sempre il primo a prendere la parola (4,1; 15,1; 22,1). Tra i tre è il più ricco di idee profonde e colui che meglio sa esporre i suoi argomenti (specialmente nel primo discorso: 4,1-5,27). Ma nei suoi discorsi lascia vedere con chiarezza come vanno crescendo la tensione e la rabbia. Sarà egli colui che nel suo ultimo intervento accusa Giobbe di peccati che non ha commesso (22,5-11).
Quali caratteristiche letterarie troviamo in questo discorso?
Quali sono le idee principali che espone l'oratore?
2.2. Vedere la situazione sociale che sta dietro il testo:
Leggiamo la lista di peccati dei quali lo stesso oratore accuserà Giobbe in 22,6-9.
Quali dati apporta circa la situazione sociale di buona parte della popolazione d'Israele nell'epoca in cui fu scritto il libro?
Come si collocano Giobbe ed Elifaz in quella situazione socioeconomica?
2.3. Ascoltare il messaggio del testo:
Rileggiamo il discorso e tentiamo di precisare:
Quali risposte offre alla sofferenza di Giobbe?
Quale sfida e quale messaggio presenta oggi per noi?
III. Celebrazione della Parola
1. Condividere in un momento di preghiera le luci ricevute.
2. Pregare insieme il Salmo 13, una preghiera fiduciosa a Dio. Tentiamo di pregare col salmo assumendo il ruolo del salmista, dal dolore di cui soffre.
3. Formuliamo un impegno concreto che ci permetta di essere più sensibili davanti al dolore di quanti soffrono di più nella nostra società.
4. Riassumere il lavoro di oggi in una frase o in un versetto perché ci guidi tutto il giorno.
LA RISPOSTA DI DIO
Giobbe concludi i suoi discorsi con una sfida disperata: L’Onnipotente mi risponda! (31,35). È un grido straziante che fin dall’inizio del libro risuona con diverse espressioni che manifestano il desiderio di essere ascoltato da Dio, di esporre davanti a Lui la sua causa (9,14-16), discutere direttamente con l’Onnipotente (13,3). Tuttavia, la discussione procedeva e Dio sembrava essere sordo alle parole del ribelle. Si correva il rischio che l'unica "verità religiosa" fosse quella esposta dai tre amici. Finalmente, Dio esce incontro a Giobbe di mezzo al turbine (38,1; 40,6).
Allora parlò il Signore di mezzo al turbine...
I due discorsi del Signore (38-39; 40,6-41,26) suscitano una certa perplessità tra i lettori. Ad alcuni sembra, non senza ragione, che il Signore non risponde alle questioni presentate da Giobbe; in realtà, neanche allude alla sua triste situazione. Vi sono di quelli chi cercano di trarre da un punto e dall’altro risposte più o meno rilevanti. E vi sono, infine, quelli a cui poco interessano le parole del Signore e fissano la loro attenzione, invece, sul fatto stesso della manifestazione di Dio. È possibile che dobbiamo estendere la nostra logica occidentale che esige una risposta diretta ed esplicita ad ogni domanda, per poter così addentrarci nei discorsi del Signore.
Non è poco che Dio si diriga direttamente a Giobbe come aveva fatto in altri tempi con Abramo (Gn 17), Mosè (Es 19,16), o i profeti (Ez 1,4). In realtà si tratta di una manifestazione straordinaria di Yahvé, accompagnata dallo stesso fenomeno cosmico che rapì Elia alla presenza di Dio (2Re 2,1.11).
Dopo l’impetuoso uragano di domande e sfide che Giobbe aveva diretto al Signore nel corso del libro, Dio risponde ora senza recriminazioni né rimproveri. Al massimo con un leggero sarcasmo. Più che rispondere, contrattacca con una serie di domande che continuano a trascinare Giobbe allo stupore e alla contemplazione. Sì, il Signore non è un Dio ostile, né un Dio crudele, né è sordo ai suoi gemiti. Se lascia intendere l'efficacia della sua parola creativa o le meraviglie che la sua potenza suscita, non è per compiacersi nella sua onnipotenza, bensì per sottolineare l'amorosa attenzione che ha per ognuna delle sue creature: mette battenti al mare, ha cura perfino degli animali nocivi, fa piovere anche su terre deserte.... Se Giobbe non è capace di rispondere ad una sola delle sue domande (né quegli che è presente nel libro e nemmeno nessuno dei Giobbe della storia) come potrà esigere allora la giustizia dal Signore? Giobbe cominciava a percorrere il cammino dalla giustizia-davanti a-Dio alla giustizia-secondo-Dio.
Nel secondo discorso il Signore ricorre a due bestie leggendarie (l'ippopotamo: 40,15-24, ed il coccodrillo: 40,25-41,26) per mostrare il Suo immenso potere e libertà: lo stesso Dio che creò Giobbe creò questi mostri (40,15), li dotò del loro potere e crudeltà (40,19; 41,26) e li conserva entro l'armonia della sua creazione. Non deve annientarli perché gli siano sottomessi, stanno nel mondo senza alterare per questo l'ordine della creazione. Se riferito ai malvagi, come segnalano alcuni, il discorso risulta essere una maestosa dichiarazione del rispetto di Dio per la libertà umana e completerebbe perfettamente il primo discorso. Dio non si lascia rinchiudere in nessun sistema di premio e punizione, alla base dei suoi propositi (38,2) non sta l’assillo retributivo ma che l'amorevole cura per le sue creature ed il rispetto per la libertà dell'uomo (una tra esse e per certo non il capolavoro 40,19).
Giobbe ha compreso molto bene quello che a noi passa inosservato. Ha visto a Dio ed ora si abbandona nell'amore. L'atteso e temuto "match" col suo nemico si è trasformato in un gioioso incontro di due libertà che si cercano e si rispettano. Ed in questo incontro ha scoperto che nel suo stizzito richiamo si nascondeva l'orgoglio di credersi la norma del mondo e della storia. La creazione e la storia smettono di essere progetti crudeli del suo persecutore e recuperano la sua dignità di segni che esprimono e rimandano a Colui che li sostiene. Ha visto Dio. Ora può tacere ed immergersi in lui.
"Non avete parlato di me come l'ha fatto il mio servo Giobbe"
L'intervento del Signore rompe l'apparente equilibrio accademico delle discussioni di Giobbe coi suoi amici. Questi passarono tutto il tempo parlando di Dio, ma non parlarono mai a Dio, come lo fece Giobbe. Il Signore non disdegna il linguaggio che nasce dal dolore. Tutto il contrario: accetta e prende in considerazione la rivolta di Giobbe contro la sofferenza innocente, contro l'ideologia che la giustifica e contro l'immagine di Dio che trasmette questa ideologia religiosa. Allo stesso tempo esautora le posizioni teologiche e gli atteggiamenti etici dei visitatori: questo linguaggio accende la sua ira (42,7). Paradossalmente Giobbe dovrà intercedere per i visitatori che l'invitavano a pregare ed a riconciliarsi col Signore (22,21).
Lo sconcerto e la protesta, l'ira veemente davanti alla sofferenza umana, il richiamo vigoroso dei diritti della vittima e tutto il vortice di richiami che nascono nel dolore, sono anche forme del linguaggio dell'amore. Le uniche possibili quando quel che sta in gioco è la credibilità nel Go'el dell'umanità addolorata. Il grido tormentato di Giobbe genera il campo propizio per la sconfitta di Satana. Il fallimento dell'Accusatore non accade nel cielo (1,9-11; 2,4-5), nell’"altra vita", bensì sulla terra: lì dove un uomo (o un popolo) si ribella davanti al suo dolore e nel suo grido convergono protesta e ricerca, richiamo e gratuità. Come Giobbe che nel momento funesto della sua esistenza chiama Dio amico (16,21).
Quando il linguaggio ortodosso su Dio dimentica la necessaria misericordia verso colui che soffre, si trasforma in retorica condanna di qualunque tentativo di abbordare il Mistero da un’altra sponda diversa. E finisce per condannare e crocifiggere l'Amore. Fu l'esperienza di Gesù: perché costui parla così? Sta bestemmiando (Mc 2,7). Giobbe e Gesù sono due vittime dello stesso linguaggio, dottrinalmente solido ma privo di gratuità e di preferenza verso colui che soffre. Il grido di Giobbe, speranzoso e ribelle, prepara il grido doloroso e fiducioso di Gesù: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mc 15,34; Mt 27,46). I due implorano, nei due casi c'è un silenzio momentaneo, ma in entrambi i casi Dio alla fine risponde. Tuttavia la risposta che dà a Giobbe è, per adesso, provvisoria. Nella Resurrezione di Gesù, invece, Dio darà la risposta definitiva. E questa risposta sarà, di nuovo, a favore della vittima.
PISTA DI LAVORO: QUANDO LA TRADIZIONE SOFFOCA IL GRIDO DI DOLORE (Testo a studiare: Giobbe 38,1-40,5)
I. Partire dalla realtà
Sono frequenti nel nostro linguaggio espressioni come "Dio parla all'uomo", "esperienza religiosa", "parlare col Signore." Vale la pena fermarci un po' sulla nostra propria esperienza di fede prima di iniziare il lavoro su questo capitolo del libro di Giobbe.
a, Quali sono le principali caratteristiche della tua esperienza di Dio?
b, Di quali mezzi si serve oggi Dio per parlare all'uomo?
II. Studiare e meditare il testo
1. Lettura del testo
Leggere il testo di Giobbe 38,1-40,5
Riassumerlo con le nostre proprie parole.
2. Studio del testo
2.1. Vedere da vicino il testo:
Dopo varie implorazioni di Giobbe perché Dio gli parlasse e dopo un lungo silenzio, finalmente gli risponde. Questo è il primo discorso del Signore e, subito dopo, la prima risposta di Giobbe. L’eleganza letteraria invita a leggerlo attentamente più volte.
a, Come divideresti questo discorso? Quali elementi comuni èvi sono in ogni parte?
b, Prova a mettere un titolo ad ogni parte del discorso.
c, Quali somiglianze di idee, formule o immagini trovi tra questo ed i discorsi anteriori che abbiamo studiato?
2.2. Vedere la situazione sociale che sta dietro il testo:
In discorsi come questo si percepisce la conoscenza scientifica del popolo che scrisse l'Antico Testamento, la sua visione del mondo e della natura. La visione del mondo che aveva il popolo della Bibbia (il tipo di relazione con la natura ed i concetti scientifici) è diversa dalla nostra.
a, Che tipo di conoscenza scientifica, quale visione del mondo compare in questo testo?
B, In che maniera si mostra l'integrazione dell'uomo con la natura entro la creazione di Dio?
2.3. Ascoltare il messaggio del testo
a, Quali aspetti del Signore se rivelano in questo discorso?
b, Come ci risulta facile oggi percepire la relazione tra potere e misericordia di Dio, tra la Sua giustizia e la Sua tenerezza?
c, Di accordo col discorso, che posto occupa l'uomo nella creazione di Dio?
d, Quali piste possiamo dedurre dal discorso per superare il nostro discorso di Dio a coloro che soffrono e per parlare di Dio a partire da coloro che soffrono?
III. Celebrazione della Parola
1. Condividere in un momento di preghiera le luci ricevute.
2. Pregare insieme il Salmo 103. È un bel inno alla misericordia di Dio che si avvicina con il perdono e con l’amore al peccatore e che mostra una sollecita preferenza per gli oppressi e i bisognosi.
3. Assumere l’impegno di rivedere il nostro discorso circa la sofferenza.
4. Riassumere in una frase quello che abbiamo scoperto.
IL LIBRO DELLA SAPIENZA
Il libro della Sapienza ha una serie di caratteristiche letterarie e teologiche che permettono di apprezzare la sua unità. Questa è una delle ragioni che rendono possibile tra gli studiosi un accordo maggiore che quello che si dà rispetto ad altri libri, in quanto all'epoca della composizione e della provenienza. "Sapienza" è il termine comune col quale si conosce fin dall’antichità questo libro, anche se il titolo non appartiene al testo.
Tutto indica che l'autore è un ebreo di lingua e cultura greche e molto probabilmente abitante di Alessandria, e non ci sono possibili altre precisazioni. Comunemente si pensa che fu scritto verso l'anno 50 a.C., è l’ultimo libro delll’A.T. che ha ottenuto forma scritta. L'autore è un monoteista convinto che ha presente in ogni momento la comunità ebraica egiziana del suo tempo; è quello che normalmente si chiama "il giudaismo della diaspora", che aveva dovuto lasciare la sua patria natale per andare nella grande città greca d'Egitto. I pericoli ai quali si vedevano esposti gli ebrei della diaspora erano vari. Da un lato, l'influsso decisivo della filosofia e della cultura pagana greca si traduceva in defezioni religiose ed in abbandono della propria identità culturale. D'altra parte, sono note l'ostilità e le persecuzioni dei governanti greci verso gli ebrei, in particolare sotto i mandati di Tolomeo VII (146-117 a.C.), e Tolomeo VIII (117-81 a.C.). Finalmente, alcuni degli ebrei che s’erano ellenizzati disprezzavano i loro antichi fratelli di razza e di religione, il che causava non pochi problemi all'interno della comunità ebraica. In questo ambiente avverso nasce, dunque, il libro della Sapienza.
L'autore si nutre delle tradizioni dell'Antico Testamento col fine di sostenere la fede della comunità ebraica e di mostrare la superiorità della Sapienza israelitica rispetto a quella greca. Perciò ricorre ai migliori argomenti teologici e ai più raffinati mezzi letterari del mondo ebraico. Ma non è un fanatico né un integralista che disprezzi la ricchezza greca. Conosce molto bene l'ambiente filosofico nel quale si muove, in particolare la dottrina stoica (lo fa trapelare la proprietà con la quale usa parte della terminologia stoica) ed epicurea (per esempio in 2,1-11), ed utilizza con eleganza gli espedienti letterari che gli forniva l'ellenismo. Precisamente, quando ricorre ad altri scritti dell'AT lo fa con preferenza nella versione greca che era stato fatta circa due secoli prima ad Alessandria. È, allora, un uomo tra due mondi che tenta di fare la simbiosi della ricchezza tradizionale ebrea con l'attraente novità greca. Una "inculturazione" tanto necessaria per gli ebrei della diaspora quanto per tutte le grandi tradizioni religiose e culturali che desiderano arricchirsi con la linfa delle nuove forme culturali.
L'autore si pone il problema della sofferenza dei giusti. Perché il giusto soffre mentre i malvagi sono colmi di successi? È una domanda che percorre tutta la Scrittura in differenti forme. La Sapienza cerca di rispondere al quesito mostrando come Dio promette la vittoria finale agli individui (prima parte del libro) ed ai popoli (terza parte) che hanno dovuto soffrire con l'intervento degli iniqui a causa della loro fedeltà. Il proposito di fedeltà a Dio li rende partecipi della Sapienza, essa è puro dono di Dio, pertanto è superiore a qualunque bene culturale o morale, è la migliore compagna del giusto sapiente (seconda parte del libro).
Benché non ci sia accordo totale quanto alla divisione esatta del libro della Sapienza, si può dire che le tre parti già menzionate sono:
1,1-6,21: In essa l'autore risponde, dalla sua fede personale, al grande dilemma che pone l'esperienza giornaliera la quale mostra come quanti ordinano le loro vite secondo criteri di fede e di giustizia sono oggetto di tutti i tipi di persecuzione; invece, i malvagi non solo trionfano, ma perfino si vantano del loro genere di vita.
6,22-9,18: È la parte centrale del libro,a essa deve il titolo. Parlando come se fosse Salomone, il re saggio per eccellenza, l'autore fa una lode della Sapienza, delle sue qualità e natura, della sua eccellenza e di come essa si comunica a chi la ricerca con tutto il cuore. È una necessità vitale per l'uomo, perché senza di essa è nulla.
10,1-19,21: I fatti antichi del paese d'Israele illustrano l'opera della Sapienza nella storia dell'umanità: è l'azione divina quella che ripristina la giustizia nella storia. In questa sezione, l'autore rilegge di maniera molto libera le tradizioni storiche d'Israele per mostrare mediante una serie di paragoni (v. g. l'attacco di animali: morso di serpenti e le piaghe delle locuste in Egitto: 16,5-14) come l'azione di Dio è causa di rovina per gli oppressori (16,9) e di salvezza e misericordia per il popolo eletto (16,10).
I GIUSTI VIVONO ETERNAMENTE
Il maggiore paradosso per quanti cercano di essere fedeli a Dio è la diversa sorte di giusti ed ingiusti: la prosperità di questi e le molteplici disgrazie di quelli. Questa contraddizione, che ancora oggi scandalizza alcuni credenti, risultava ancora più dolorosa per gli uomini dell'Antico Testamento. Per molto tempo al quesito provocato dalla sofferenza umana si rispose con la teologia della retribuzione collettiva o personale: la sofferenza dell'uomo è causata dal suo peccato. Ma l'esperienza della vita continuava a mostrare che questo postulato non funzionava sempre, ma persino molte volte la contraddiceva. Con questo si metteva in crisi la risposta tradizionale, ma si manteneva aperta la domanda.
Come abbiamo visto nei laboratori anteriori, il libro di Giobbe aveva dato una prima risposta: Dio non si può presagire né risponde in maniera automatica al comportamento di ogni individuo. La sua volontà è insondabile ed imperscrutabile e non può ridursi ad una formula precisa mediante la quale gli esseri umani possano misurare i propri risultati. È impossibile ottenere meriti religiosi di qualità tale che possano condurli a chiedere a Dio una ricompensa.
Il libro della Sapienza darà allora una risposta realmente innovativa: la ricompensa promessa ai giusti è la vita eterna. L'essere umano non è una creatura lanciata a caso, un essere proiettato nel vuoto dell'esistenza per ritornare dopo al nulla. È una creatura di Dio, che nel suo magnifico progetto lo destinò all'incorruttibilità (2,23). Il destino dell'essere umano è, pertanto, una vita incorruttibile presso Dio.
Il dramma degli ingiusti deriva dal fatto che non comprendono questo progetto divino (2,22). Per essi, la morte è l'unico orizzonte reale e possibile nella vita (2,1). La brevità dell'esistenza umana mostra chiaramente che questa non ha né passato né futuro: solo la fugacità del presente (2,1-5). Di lì si deduce necessariamente una vita completamente licenziosa propria di chi non ha compreso il progetto di immortalità secondo il quale l'uomo è stato creato (2,6-9). Le vittime di questa concezione sono i deboli, tutto quello che sia rispettoso con gli altri, in particolare e per eccellenza il giusto povero (3,1). Questa forma di ragionare e questo genere di vita sono propri di chi ha fatto un'alleanza con la morte (1,16).
L'abilità dell'autore consiste nel mettere questi discorsi in bocca ai malvagi e presentarli di maniera davvero drammatica attraverso le loro stesse parole. La drammaticità del testo si evidenzia principalmente nell'uso che fa dell'ironia: i malvagi si vantano del genere di vita che conducono, si prendono gioco del debole, progettano come distruggerlo e prendono il posto di Dio nel proporsi di esaminare la vita del giusto. Ma vanno verso la morte irrimediabile, alla fine avranno la pena che i loro propositi meritano valgono (3,10).
Alla luce del destino trascendente degli esseri umani, il libro presenta alcuni esempi emblematici che demoliscono la dottrina della retribuzione automatica. Sterilità, sofferenza e morte prematura, che erano visti come segni della punizione di Dio, possono trasformarsi in esempi di benedizione divina. La sterilità dei giusti è feconda (quella dello sterile senza macchia e dell'eunuco che non opera l'iniquità: 3,13-15); invece i malvagi hanno una fecondità sterile, incapace di stabilirsi su fondamento solido (3,16-19). Caso simile succede col giusto che benché muoia prematuramente godrà del riposo (4,7-16).
Il vero centro di interesse del libro della Sapienza (almeno nella prima sezione) è la vita: Dio tutto creò perché sussistesse (1,14). In forma più concreta la vita del giusto: i giusti stanno nella pace (3,3). Il Signore li ha accolti nelle sue mani e li ha ritirati dal tormento che supponeva la vita insieme con i malvagi; i giusti vivono eternamente, hanno in Dio la loro ricompensa (5,15). Ma questo dono non è esclusivo dei giusti che sperimentarono già la morte. Al contrario, si estende anche a quanti attualmente confidano nel Signore e gli sono fedeli nell'amore (3,9). Di questa maniera, la riflessione sulla fortuna finale dei giusti perseguitati si trasforma in consolazione per quanti attualmente condividono la loro fortuna ed in esortazione a reggersi nella fede dei maggiori.
La novità dell'argomento esposto dal libro della Sapienza lo rende alquanto vago in punti concreti. Non si sa con chiarezza, per esempio, se il libro postula la resurrezione del corpo. Nell'intuizione fondamentale il nostro autore è audace ed acuto, ma nei dettagli non riesce a sorpassare un certo silenzio strategico. Il lettore sa che questo tipo di inquietudini troverà la sua risposta solo alla luce dell'esperienza, più innovativa ancora, della Resurrezione di Gesù. Ed il libro più recente dell'Antico Testamento ci lascia già alla soglia dell'avvenimento centrale della fede cristiana.
PISTA DI LAVORO: LA FORTUNA FINALE DI GIUSTI E MALVAGI
(Testi da studiare: Sb 2,10-20; 5,1-13)
I. Partire dalla realtà
Oggi il primo testo che leggiamo mostra come nel cuore degli iniqui si uniscono malvagità e vanteria e come quella condotta conduce alla persecuzione dell'innocente. Il libro della Sapienza raccoglie un'esperienza che non è esclusiva del popolo d'Israele. Anche nei nostri giorni si riproduce lo stesso fenomeno.
a, Conosc